Set 18, 2018 - Senza categoria    No Comments

Dieci anni fa

Dieci anni fa di questi tempi facevo il carrellista ad Albinia.

Avevo lasciato un lavoro da dipendente per dissidi con l’azienda.

Cose d’altri tempi.

Ci avevo messo una settimana a trovare un altro impiego.

La dimostrazione secondo me che il lavoro c’era, bastava adattarsi.

Ero un ottimista a quei tempi o, meglio, volevo esserlo.

Un lavoro stagionale avevo trovato, ma a stagione in corso.

Non male.

Era un lavoro notturno e scarsamente retribuito.

Un subappalto a una ditta prestatrice di servizi.

Il classico lavoro che ti fa sentire orgoglioso che ti sei adattato a fare quello che gli altri scappano.

Ma che non ti consente di sbarcare il lunario e ce ne devi affiancare un altro.

D’altronde che pretendevo? Mi ero permesso di cambiare a stagione in corso.

Così mi ero messo a fare pure il carrellista, poi passata la stagione mi sarei trovato qualcosa di più tranquillo.

Invece non si trovava un bel niente.

Era una mia illusione quella che bastava adattarsi.

Cioè non è che non si trovava qualcosa per gli studi che avevo fatto (inaudita pretesa in Italia).

Non si trovava proprio nulla che non fosse precario, estemporaneo e saltuario.

D’altronde si diceva che avevamo sbagliato facoltà, buttandoci sugli studi sociali/umanistici, che dovevamo fare Ingegneria, ma gli amici ingegneri dovevano emigrare in Nuova Zelanda, che in Italia partivano da 600 euro al mese e se andava bene arrivavano a 1200.

A Tarquinia la gente gli toccava raccomandarsi e farsi “zeppare” per un posto da metalmeccanico di livello base, che la principale fabbrica del luogo (praticamente l’unica degna di tal nome) aveva subito un drastico calo degli ordinativi dagli Usa (era appena scoppiata la crisi Lehman Brothers) e aveva messo in cassaintegrazione quasi cento persone.

Rimanere pure d’inverno ad Albinia era improponibile coi toscani che ci guardavano male pure se venivamo a “rubargli il lavoro” d’estate.

Nel mondo globalizzato dove i braccianti agricoli venivano dal Nord Africa e i muratori dall’Europa dell’Est, a loro dava fastidio che noi sconfinassimo il confine fra Lazio e Toscana.

Perché quella era un’industria tenuta in piedi dalla politica, dalla Regione.

Mentre da noi la stronza della Regione l’aveva fatto chiudere il pomodorificio.

E ne quindi erano gelosi.

Nella vicina Civitavecchia, porto in espansione, neanche a parlarne, che pure lì c’erano i sindacati e i politici locali e le agenzie di lavoro interinale che avevano le loro liste di disoccupati/sottoccupati da collocare.

Per non parlar di Roma, coi suoi interi quartieri di studenti, laureati e laureandi che facevano gli operatori di call-center, i “commerciali” a vendere luce/gas o telefonia mobile e gli speedy-boys.

Intanto le bollette arrivavano regolari come l’affitto da pagare e la banca, che fino a pochi mesi prima ti telefonava per farti fare il fondopensione e la carta di credito, adesso ti telefonava per dirti che c’era da versare 50 euro perché era passato un pagamento.

All’improvviso ti correvano appresso pure per uno sforamento di 10/20 euro, che prima erano contenti se lo facevi così ti applicavano la commissione.

Erano le conseguenze della crisi Lehman pure per loro.

Il Mondo stava cambiando a velocità vertiginosa e a noi ci sembrava di essere su una barca senza remi in mezzo alla corrente.

Io m’ero dimagrito una quindicina di chili fra il doppio lavoro estivo e i tagli sulla spesa quando in autunno mi ritrovai a spasso.

E ancora dovevano arrivare i cinesi e gli ortofrutta egiziani (perlomeno a Tarquinia), le lacrime della Fornero e i “compiti a casa” di Mario Monti.

Pensammo quindi che se il lavoro non c’era bisognava inventarselo.

E ci aprimmo la partita Iva.

Tante, tantissime, forse troppe.

Tante richiusero.

Tante presero il fido in banca.

Troppe.

E accumularono debiti.

Tanti.

Troppi.

Debiti con Equitalia e con le banche.

E dissero: “cazzo, io non ce la faccio più. Io chiudo”

Ma non hanno potuto chiudere perché di quei debiti avrebbero potuto rispondere coi loro beni.

Perché non avrebbero mai più potuto chiedere un cazzo di prestito manco per comprarsi un motorino.

Perché il giorno dopo si sarebbero ritrovati come nel 2008…senza uno straccio di lavoro.

Così da dieci anni lavorano da autonomi.

Per pagare lo Stato, la banca e i fornitori.

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Ago 23, 2018 - Senza categoria    No Comments

Della gioventù (e dell’Italia) perduta

Tornando dalle vacanze mi sono fermato a rivedere la città dove prestai il servizio di leva

Me la ricordavo bella, ben costruita, un centro storico luminoso incastonato nel fondo valle fra le montagne, vivace di negozietti e locali che ruotavano attorno al business dei coscritti

L’ho trovata deludente, cupa, silenziosa…

Forse la giornata che andava guastandosi (poco dopo è scoppiato un nubifragio), forse il contrasto con i boschi ridenti attraversati fino a quel momento in auto, forse gli alberi chiaramente provati dagli
incendi estivi che avevano azzerato il sottobosco sugli scoscesi sentieri dove andavamo a fare il poligono e mi sentivo un fante del 15-18, forse il puro contrasto tra la realtà e i ricordi di gioventù, indorati dalla semplice bellezza di avere vent’anni e poco più

La cosa più triste la caserma chiusa e dismessa, passata in carico al Comune che non ha i soldi per farci nulla. La targa del battaglione rudemente rimossa dal muro di cinta sul quale ha lasciato un segno non
rattoppato, la porta carraia prima sempre presidiata e ora chiusa definitivamente, i rampicanti che vanno ricoprendo la palazzina che ospitava le compagnie addestrative, la penombra e il silenzio che
riempiono i locali che ospitavano la vestizione, la mensa, le docce, lo spaccio, il comando…

Gli ho fatto un giro attorno a quel quadrilatero che porta ancora i cartelli “zona militare limite invalicabile” e coroncine di filo spinato, quasi nella speranza di trovarvi qualche segno ancora di
anima viva che sapevo non potesse esserci, quasi come cercassi traccia del mio passaggio, della mia epoca

Sono entrato per mangiare un boccone nella paninoteca antistante che ancora porta lo stesso nome, quella dove facevamo merenda alla libera uscita, che esponeva sui muri i “cimeli” che i vari scaglioni
congedati lasciavano affettuosamente ai gestori e come ricordo ai “giovani” che restavano dopo di loro, quasi illudendomi che sedici anni dopo ci fosse ancora la maglia con le nostre firme del 7/2001 che
gli avevo consegnato io personalmente

Lo shock è stato trovare che il bancone aveva cambiato lato e laddove c’erano i segni del passaggio di generazioni in mimetica ora c’erano quadri con immagini di New York, il tutto rimodernato e ritinteggiato di un altro colore. Nessuna traccia più dell’indotto della “naja” nell’economia locale

Me ne sono andato di corsa, mentre scoppiava il temporale, maledicendo di esser passato di lì a rovinarmi il ricordo (sicuramente idealizzato) non tanto della gioventù trascorsa, quanto di un mondo
che non esiste più e non sono affatto convinto che fosse peggiore di quello che lo ha sostituito

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Mar 29, 2018 - Senza categoria    No Comments

Snobismo di ritorno

C’era una volta l’idea che nascessimo tutti uguali e avessimo tutti il diritto ad aprir bocca

Quindi si disprezzava come retrogrado chi si credeva superiore ad altri per nascita, razza, censo o istruzione

Poi venne l’era di internet e poi dei social e divenne più facile dire la propria ed ecco la levata di scudi dei “colti” e degli “istruiti” contro gli “webeti” e gli “analfabeti funzionali”

Ecco gli strali di Umberto Eco contro le “legioni di imbecilli” sdoganate, ecco Enrico Mentana che “blasta la gente”, ecco le crociate anti-fake news, ecco team di giovani e neolaureate “risorse umane” che spendono il loro tempo non nella ricerca, ma bensì nella “generazione automatica di immagini gentiste” in sarcastici quanto patetici gruppi Facebook nati per deridere il “popolino ingenuo e ignorante”

Di colpo siamo tornati indietro di settecento anni in un Medioevo ottuso e intollerante dove il principio di autorità si impone a quello razionale: “stia zitto lei che non ha il tesserino da giornalista per poter parlare, non si permetta di porre domande che non è neppure laureato! Io ho studiato e so quel che dico, lei no!”

Una chiusura corporativa degli “scribi” contro il popolo bue, ricacciato nella servitù della gleba proprio nell’era in cui il senso critico s’è morto fra gli edotti e l’ipse dixit torna prepotente

La maggior parte delle fake news o quantomeno le più note e credute sono proprio quelle ripetute ossessivamente dai media ufficiali per bocca di addetti ai lavori poco inclini a documentarsi e verificare o magari autonomamente ragionare, per pigrizia o convenienza o semplice incapacità

Una delle più palesi e clamorose, ripetuta ai quattro venti all’epoca dei fatti per giustificare le guerre, salvo poi ritrattarla di fronte agli esiti disastrosi, è stata quella che i regimi di Saddam e Gheddafi (ma anche quello di Assad) rappresentassero una minaccia per la pace nel mondo

Alla stessa maniera ci viene fatto credere che Putin sia un dittatore o che i migranti fuggano tutti da guerre o immani crisi alimentari in corso

Per non parlare poi degli assiomi indimostrabili e indimostrati (anzi palesemente smentiti dalla letteratura accademica) che la crisi finanziaria globale e in particolar modo quella dei debiti sovrani dell’eurozona sia stata dovuta all’insostenibilità dei debiti pubblici e che non vi siano pertanto alternative alla buon vecchia ricetta Tatcher

O dai veri e propri atti di fede che vengono richiesti (ed ottenuti purtroppo da larga parte della cosiddetta opinione pubblica) sui dogmi del primato italiano nella corruzione e nell’evasione fiscale e nella corresponsabilità di questo e dei costi della politica nel declino economico del Paese

Di fronte a sì tanti luoghi comuni veicolati da giornali, tv, scuola, web, cinema e saggistica divulgatrice, il ceto “intellettuale” o quantomeno la maggior parte di esso quel che sa fare è beffarsi delle “rozze reazioni” di chi si indigna di fronte alla blandezza delle pene verso chi delinque, dei salvataggi delle banche, delle super-pensioni o dei terremotati al freddo

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Set 19, 2017 - Senza categoria    No Comments

La lettera d’addio di Totti, specchio di un’epoca

Quando ero più giovane e più tifoso di calcio, ho pensato a volte al giorno in cui avrebbe smesso di giocare Totti. Me lo immaginavo come un momento solenne e composto in cui un Capitano ancora ben valido e utile alla squadra fino all’ultimo sarebbe stato chiamato allo standing ovation alla carriera dell’intero stadio, magari con un’apposita sostituzione a un quarto d’ora dalla fine (quelle che accettava serenamente quando era ancora uno dei più forti al mondo), e tutti ci saremmo alzati in piedi con le lacrime agli occhi ad applaudire il Numero Dieci che avevamo avuto la fortuna di veder giocare e lui avrebbe fieramente ricambiato il nostro applauso per l’amore dimostrato in tanti anni e tutto si sarebbe chiuso così con un’ultima corsa sotto la curva a lanciare quella maglia a lungo onorata. Immagini che forse mi ero fatto nella mia mente osservando ben altre figure di campioni di un tempo e anche di tifoserie di un tempo.

Il vero addio di Totti è stato invece qualcosa purtroppo di ben diverso, specchio di un’epoca dominata di egoismo ed egocentrismo in cui la fierezza del lungo servizio prestato alla causa comune ha ceduto il posto al desiderio individuale di essere celebrati. A lungo procrastinato, fino a diventare qualcosa di stucchevole e sospirato quasi come un sollievo col giocatore ridotto ad un capriccioso che pretende spazio anche se atleticamente non più in grado per ovvi motivi anagrafici, stampa e tifoseria divise fra razionali, che sostengono la scelta dell’allenatore di impiegarlo col contagocce, e sentimentali che vorrebbero invece “fermare il tempo”, partigiani delle sue immature polemiche (troppo tollerate anche dalla società) verso il tecnico, messo in fuga da Roma dove pur stava facendo benissimo. Il giorno in cui finalmente ci si è arresi alla logica, anzichè un giorno di festa a suggello di una strepitosa carriera (purtroppo macchiata da questo strascico finale), si è trasformato in un giorno di insopportabile melanconia col calciatore intento a voler far pena e il pubblico a commuoversene.

Un tempo andava di moda nascondere i propri sentimenti in pubblico e forse si eccedeva in tale pudore, ma oggi la loro spettacolarizzazione al contrario ha raggiunto livelli francamente stomachevoli. L’accettazione dell’inesorabile trascorrere del tempo e delle stagioni della vita è l’abc della maturazione individuale, abbandonarsi ad un patetico piagnisteo davanti a settantamila persone (più milioni di telespettatori) perchè “ti hanno detto che è ora che diventi uomo” ma tu non sei “pronto  a dire basta” e “forse non lo sarai mai” è una manifestazione di debolezza umanissima, ma che superarla è imprescindibile nella vita di ognuno di noi e chiedere compassione agli altri perchè non la si vuole superare o non ci si riesce è presupposto per arrendervisi e fatto da un personaggio pubblico, modello per milioni di ragazzini, è un pessimo messaggio ed esempio. E i media che si inchinano di fronte alla “poesia” della sua lettera sotto la curva sono dei cantori della decadenza di questa nostra società.

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Set 14, 2017 - Senza categoria    No Comments

Sinistra schizofrenica

Che la sinistra, almeno in Italia, fosse in crisi d’identità lo intuii non appena adolescente ebbi qualche rudimento di politica: entravano nell’area di maggioranza, dopo 45 anni di opposizione, perché finalmente “un governo serio” faceva le privatizzazioni. Ma come fino all’altro giorno non eravate comunisti?!

Passarono gli anni, crebbi io e anche la nuova sinistra sembrò maturare: loro accettavano l’economia di mercato, ma contrariamente al liberismo sfrenato di Berlusconi loro volevano che ci fossero delle regole a disciplinare il capitalismo. Fu per questo che mi lasciò abbastanza perplesso veder vendere alla Festa dell’unità una maglia recante la scritta “Regole Zero”.

Lo sdoppiamento di personalità si è rafforzato con l’alternarsi di maggioranza e opposizione che ha portato gli ex-comunisti prima a difendere a spada tratta l’art.18 per poi varare il Job Acts, a sventolare la bandiera arcobaleno in difesa dell’Iraq e inneggiare all’annientamento di Gheddafi.

Questo eterno oscillare fra nostalgia per le origini rivoluzionarie e arrivismo verso il potere ha indotto il Pci-Pds-Ds-Pd ad abbandonare la sua essenza (cioè la difesa dei ceti meno abbienti), ritenuta di intralcio alla “modernizzazione”, e al contempo soddisfare l’esigenza d’identità della sua gente accentuando l’odio verso nuovi o vecchi nemici di volta in volta additati al pubblico ludibrio (ora i presunti razzisti, ora i presunti omofobi, ora i presunti bigotti ecc.).

Assistiamo pertanto oggi ad un’agenda di governo fatta di ius soli, legalizzazione delle droghe leggere, legge sul’apologia del fascismo, testamento biologico, adozioni alle coppie gay, legge antitortura…tutti contentini pseudoidentitari per pensare ad altro e non accorgersi dello smantellamento del welfare state.image

Set 10, 2017 - Senza categoria    No Comments

Il tramonto del No-Euro

Abbiamo creduto per anni che la presa di coscienza, la consapevolezza indotta nelle classi politiche e nell’opinione pubblica non dalla lungimiranza su ciò che sarebbe accaduto, ma dai fatti già drammaticamente accaduti e sbattuti in faccia dalla realtà, inducessero finalmente a rivedere scelte palesemente sbagliate se non folli prima di far danni ulteriori perseverando nella stessa direzione.

Ci siamo sbagliati.

5 anni fa il professor Alberto Bagnai scriveva il “Tramonto dell’Euro”, presupponendo questo inevitabile perché imposto non già dal volere del Popolo, ma dalle necessità dell’economia. In sostanza come un riflesso condizionato di un autista che quando finalmente si accorge di star andando contro un muro sterzi bruscamente.

Così non è stato.

5 anni dopo Di Maio e Salvini, ansiosi di insediarsi nella stanza dei bottoni, vanno a Cernobbio a rassicurare la solita Italietta delle privatizzazioni e dei salvataggi bancari, quella che casca sempre in piedi, che loro non usciranno ne dall’euro ne dall’Ue una volta al governo, ma batteranno solo i pugni sul tavolo.

Rivendicano anzi che già i rapporti di forza con Bruxelles sarebbero cambiati grazie alle loro pressioni sull’argomento, all’averlo introdotto nel dibattito attraverso provocazioni come la proposta del referendum consultivo sulla permanenza nella moneta unica.

In che modo sarebbero cambiati i rapporti di forza con Bruxelles sarebbe interessante saperlo.

Forse nell’aver consentito ai vari governi Pd-Alfano di “salvare le banche” accollando i passivi a contribuenti e risparmiatori? O nell’aver spuntato qualche decimale di flessibilità per fronteggiare l’emergenza terremoto e la cuccagna dell’assistenza ai migranti?

L’Italia nel 2015 è tornata a registrare un saldo delle partite correnti da anni ’90, ma inutile nascondercelo grazie alla repressione delle importazioni, che passa per la repressione della domanda interna da Monti in poi, e grazie alla riduzione transitoria degli interessi sul debito pubblico con annessa svalutazione dell’Euro (finché dura Mario Draghi fa verzura…).

Il Pil però stenta e l’occupazione, a discapito degli artifici statistici nel rilevare i contratti atipici, si riduce. Perché le gabbie europee sul fisco, la moneta e il cambio impediscono di fatto di redistribuire questo saldo attivo in maniera da far ripartire anche la domanda interna.

Quindi non rimane che il welfare familiare finché c’è, poi c’è l’emigrazione per molti, come accadde nel Meridione nei decenni successivi all’Unità d’Italia, portatrice anch’essa di squilibri economici per i quali si credeva dovesse durare poco (come l’Euro) e invece eccoci ancora qua.

E l’Euro non andrà in pezzi come sembrava inevitabile, ma semplicemente la nostra società si adeguerà alle condizioni cambiate con una redistribuzione dal basso verso l’alto e la sostituzione dei nostri giovani con più economici richiedenti asilo.

Gli ultras di destra e sinistra tanto saranno presi a parlar d’altro, accapigliandosi se sia più grave lo stupro del branco di Rimini o l’abuso sessuale dei due carabinieri di Firenze, mentre i grillini si faranno belli con le riduzioni dei costi ottenute da Virginia Raggi, come biglietto da visita per ambire a Palazzo Chigi, e i leghisti riprenderanno a giocare ai referendum secessionisti.

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Set 3, 2017 - Senza categoria    No Comments

Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità?

Quando dovetti acquistare la mia prima auto, mi indirizzai ovviamente sul mercato delle utilitarie e constatai che, a parità di prezzo (attorno ai 17-18 milioni dell’epoca), avrei potuto scegliere fra una Opel, una Peugeot, una Seat, una Renault, una Citroen accessoriata o una Fiat con l’alzacristalli a manovella, senza chiusura centralizzata e climatizzatore. Inutile dire che optai per un’autovettura d’importazione.

All’epoca non c’era ancora l’euro, ma la lira aveva già agganciato il sistema di cambi fissi propedeutico al sospirato ingresso nella moneta unica. Ovviamente questa ci sembrava una gran bella cosa in quanto consentiva a un pivello di comprarsi una bella auto con cui fare il fighetto. E se Agnelli avrebbe venduto qualche auto in meno ce ne fregava assai: “desse meno soldi a Del Piero e Schumacher” liquidavamo il discorso.

Il problema è che in realtà ad Agnelli fregava relativamente poco, visto che disponendo di ingenti capitali sufficientemente diversificati, il fatto che la lira si fosse rivalutata per lui era solamente una bella notizia, come probabilmente lo era per gli armatori greci la rivalutazione della dracma. Il problema della crisi della Fiat lo avrebbe di lì a pochi anni risolto delocalizzando all’estero quante più fasi della produzione (e anche il domicilio fiscale).

Del resto lui era stato un pioniere, andando a cercare la manodopera a buon mercato oltre la “Cortina di Ferro” già ai tempi del Comunismo, inventandosi la cassa integrazione con cui teneva a spasso gli operai a spese del contribuente nelle fasi di sovrapproduzione (mentre lui portava un gruzzoletto in Svizzera) e cogliendo per primo i vantaggi dei tassi di interessi alti negli anni ’80, investendo in titoli di Stato più che nelle fabbriche.

Ma torniamo a noi. Quindi una gran quantità di lirette presero altre vie sul crepuscolo di quegli anni ’90 per dirigersi verso case costruttrici di auto e quindi le loro banche Oltralpe e lo stesso avvenne in molti altri settori, dove il prodotto estero era effettivamente migliore del nostro, aveva un rapporto qualità/prezzo più conveniente (magari dovuto ad un diverso regime fiscale) o semplicemente faceva più figo e chic per l’italico consumatore.

In una situazione normale, cioè di cambio flessibile, cosa avrebbe comportato ciò? Un deprezzamento della lira. Per il semplice fatto che ad essere domandati erano marchi per acquistare Corsa, franchi per le Clio e le Saxo, pesetas per le Ibiza, non lire per importare Punto a Parigi, Madrid o Berlino, e con le monete funziona come con la frutta: se fa caldo la gente cerca il melone e il cocomero e il prezzo sale, se l’estate è fresca scende.

Sarebbe stata una cosa brutta? I poveri ventenni italiani si sarebbero dovuti accontentare di una Fiat, l’auto estera sarebbe stata un piccolo lusso per qualcuno un po’ più grandino di loro con un lavoro un po’ più retribuito, ma almeno un lavoro ci sarebbe stato, anziché trasferire sempre più fasi della produzione all’estero. Sarebbe stato protezionismo? No, sarebbe stato consumare quello che potevamo permetterci in base a ciò che producevamo.

L’idea cui molti credemmo era che il cambio fisso avrebbe costretto l’Italia a far le riforme necessarie affinché la Punto potesse esser competitiva con le rivali d’Oltralpe a parità di prezzo. A quanto sembra l’idea era ingenua: un po’ come se un’atleta per migliorare le proprie prestazioni si metta un ghepardo alle calcagna per “costringersi” a correre più veloce. L’ipotesi più probabile è che anziché migliorare finisca sbranato.

Del resto la maggior parte delle politiche che l’Italia avrebbe potuto fare per aumentare la propria competitività sono state tarpate proprio dagli ottusi vincoli europei sul rapporto deficit/Pil e sul finanziamento monetario del deficit, che hanno impedito sia di ridurre il carico fiscale sulle imprese e sui lavoratori, sia di investire su ricerca e sviluppo in maniera tale da trattenere in Italia le molte eccellenze delle sue Università.

Dulcis in fundo all’introduzione fisica dell’euro si è sommato l’ingresso della Cina nel Wto, cioè nell’organizzazione mondiale del commercio, caldeggiata dagli Stati Uniti (molte aziende americane investivano in Cina e la banca centrale cinese ricambiava investendo i suoi surplus nei titoli di Stato americani) e bovinamente accettata dall’Unione europea, senza riflettere sulle conseguenze di questa apertura.

L’economia cinese esporta prodotti industriali ed importa materie prime. Esattamente come la nostra. Inutile dire che è un competitore preoccupante per le sue dimensioni in grado di far crollare i prezzi dei beni da esportare e volare le quotazioni dell’import. Ci si aggiunga che è tuttora guidata da un regime tendente al totalitarismo, capace di soffocare ogni anelito di protesta dei lavoratori ed esente da molti vincoli ambientali.

Ovviamente i tedeschi cadono spesso in piedi e la loro industria perlopiù “pesante” (automobilistica, siderurgica, chimica, elettronica ecc.) ha accusato molto meno la concorrenza cinese rispetto a settori tipicamente italiani come il tessile, il cuoio o i mobili. Anzi ha spesso beneficiato dei prezzi più bassi che i cinesi possono offrire sui prodotti semilavorati che prima acquistava da fornitori europei (spesso anche italiani).

Ovviamente anche in Italia non sono tutti stupidi e pure qui c’è chi ci ha guadagnato sul “risveglio del gigante giallo”, da chi gestisce le infrastrutture portuali e interportuali dove sbarcano i container cinesi destinati all’Europa a chi i cinesi se li è portati a casa creando fabbriche-fantasma popolate di moderni schiavi, a chi se li è andati a cercare aprendosi la propria bella fabbrichetta in Cina o importando i loro prodotti nei suoi ingrossi.

Alla progressiva perdita di posti di lavoro (quantomeno stabili), mascherata spesso nei dati ufficiali dal proliferare di forme di occupazioni precarie grazie alle agognate riforme “strutturali”, l’Italia degli anni Duemila ha opposto la possibilità di indebitarsi a basso costo, grazie alla garanzia fornita dall’euro contro il rischio di svalutazione. Questo ha fatto proliferare il settore del credito al consumo e favorito l’accesso ai mutui.

Con effetto duplice: l’aumento dei prezzi delle case e il mantenimento di un tenore di vita semidignitoso anche per precari e disoccupati. Il primo ha presto attratto investimenti di ricchi italiani e stranieri, orfani degli alti rendimenti dei titoli di Stato (sempre causa euro) e spaventati dai rovesci della Borsa (vedasi bolla New Economy, 2000-2001) e dei bond argentini, generando una ripresa temporanea nel settore dell’edilizia.

Il sempre maggior ricorso all’indebitamento, unito alla liberalizzazione dei movimenti di capitali, ha attratto vieppiù banche e finanziarie straniere (ricordo di aver acquistato una Panda tramite un istituto boliviano!!!), spesso più competitive delle nostre per aggredire un nuovo mercato molto interessante, facendo sì che sempre più euretti, ora non più lirette, prendessero vie d’Oltralpe (o d’Oltremare) in fase di rimborso.

Ovviamente un Paese che cede sempre più pezzi della sua industria (ai cinesi quelli ad alta intensità di manodopera, ai tedeschi quelli ad alta intensità di capitale), ma mantiene parte del suo tenore di vita indebitandosi con l’estero è un Paese coi piedi d’argilla: le cose van bene finché riesce a pagare le rate. Cioè finché gli fan altro credito: quando i mutui non verranno più erogati il muratore rimarrà disoccupato e non pagherà più il suo.

Eppure le cose sembravano andare bene: nel 2004 il rapporto debito pubblico/Pil aveva raggiunto la sospirata parità e nel 2007 era sceso addirittura al di sotto, cosa che non accadeva dal ’91. Merito esclusivo dei tassi d’interessi bassi, con buona pace di quelli che pensano si possa ridurre tale rapporto riducendo il debito tramite il surplus fra tasse riscosse e uscite statali, perché così facendo riduci i consumi e quindi anche il Pil (e le entrate fiscali).

A meno che tu non sia la Cina e faccia crescere il tuo Pil solo con le esportazioni, se fai il Mario Monti riduci più il Pil del debito pubblico, specie con un debito alto come quello dell’Italia. Certo è vero che beneficiavamo dei tassi d’interessi bassi perché facevamo le politiche di surplus fiscale che ci dicevano di fare, quindi queste indirettamente contribuivano, ma avremmo potuto avere interessi bassi anche facendo come prima del 1981.

Cosa facevamo prima del 1981? Tenevamo gli interessi bassi sul debito pubblico artificiosamente facendo acquistare i buoni del Tesoro invenduti alla Banca d’Italia e potevamo spendere liberamente per costruire strade, scuole e ospedali. Poi a una cert’ora ci siamo accorti che spendevamo spesso a cazzo e abbiamo deciso di privarci di questo strumento sempre per COSTRINGERCI a spendere meglio. Vi pare che ci siamo riusciti? A me no

E’ lo stesso discorso di quando abbiamo fissato il cambio per entrare nell’euro (vi ricordate l’atleta che si allena col ghepardo alle calcagna?). Secondo i geni che hanno affidato il debito pubblico all’arbitrio del mercato, dover passare sotto lo sguardo severo dei prestatori di capitali avrebbe indotto i nostri governanti a spendere in maniera più morale e razionale. Ma ai prestatori di capitali è interessato solo guadagnarci e ai governanti pure.

Ma torniamo al 2007 quando sembrava tutto andasse bene perché il rapporto debito pubblico/Pil si riduceva. Perché l’Unione europea considera molto importante questo dato (tanto è vero che ci ha fatti entrare nell’euro col doppio di quanto era consentito, raccomandandosi però: mi raccomando fate il possibile per ridurlo), che in realtà è importante solo perché ci siamo affidati all’arbitrio del mercato e rischiamo di non esser rifinanziati.

Se infatti su un debito paghi un interesse zero e sai che se il prestatore rivuole indietro il capitale a scadenza ce n’è subito pronto uno che è obbligato ad accollarsi il tuo debito, come era di fatto prima del 1981, non è un pensiero angoscioso come tu rischi da un giorno a un altro di dover rimborsare di tasca tua e/o di veder schizzare gli interessi alle stelle, cioè quello che l’Italia ha rischiato di dover fronteggiare nel 2011/2012.

Fatto sta che nel 2007 pareva andasse tutto bene madama la marchesa, tranne che eravamo pericolosamente esposti ad un’eventuale calo della domanda americana: con la concorrenza cinese in tutto il globo e i nostri partner europei che ci vendevano i loro prodotti tramite le loro finanziarie, la nostra economia aveva una boccata d’ossigeno da quegli spendaccioni d’Oltreoceano e se andavano in crisi loro erano cazzi nostri.

Ne avevamo avuta un’avvisaglia nel 2000/2001 con la bolla della New Economy e poi ogni qualvolta l’euro si era apprezzato troppo sul dollaro e questa secondo molti doveva essere una cosa buona perché le materie prime si pagavano in dollari e quindi avevamo più potere d’acquisto, ma come sarà ogni volta che il “supereuro” aumentava il cambio, ecco che cresceva pure il prezzo del barile, che si riverberava subito alla pompa di benzina.

Nel 2007/2008 però negli Stati Uniti successe davvero un bel patatrac per motivi in fondo non molto dissimili dai nostri: trasferimento di aziende in Messico o in Asia orientale, apertura alle importazioni globali, surplus fiscali, precarizzazione del lavoro, credito facile, interessi bassi, speculazione sui prezzi delle case…fatto sta che una marea di mutui divennero irrimborsabili, le case finirono all’asta e le banche fallirono.

Inutile dire che nel giro di poche settimane il sistema creditizio mondiale andò in tilt con inevitabili conseguenze sull’economia reale: se sono abituato che mi faccio scontare dalla mia banca la fattura che mi pagheranno fra tre mesi e intanto ci pago il fornitore ed improvvisamente la banca non ha più i soldi per scontarmela, io il fornitore non lo posso pagare e pian piano gli scaffali mi si svuotano, mentre il fornitore deve bloccare la sua attività.

Il contraccolpo diretto (cioè per i settori che esportavano negli Usa) e indiretto (per i settori che vendevano a chi, italiano o straniero, esportava negli Usa) per la nostra economia, come per molte altre, fu notevolissimo e comportò una cospicua recessione. Molte ditte dovettero mettere i loro dipendenti in cassaintegrazione. In una situazione normale probabilmente la lira si sarebbe svalutata, mentre lo Stato sarebbe intervenuto a sostegno dell’economia.

Nell’Italia dell’euro invece il pensiero principale dello Stato fu far quadrare i conti per rispettare i vincoli sul deficit, mentre la moneta unica europea si apprezzò notevolmente, percepita dagli investitori come un rifugio contro l’instabilità americana. Tuttavia gli Stati Uniti ripartirono presto, con la politica espansiva della Federal Reserve (stampare nuova moneta per salvare le banche) e il piano di Obama a sostegno dell’industria (“compra americano”).

In Europa la ripresa fu più lenta assai, per l’arcigna politica della Banca centrale europea che si rifiutò di seguire l’esempio di americani, inglesi e giapponesi (per terrore di creare inflazione, paradossale in un momento di crollo della domanda) e l’insensato panico che si scatenò sulla tenuta dei debiti pubblici dei cosiddetti “Piigs”, cioè Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, che indusse molti investitori a disfarsi dei loro titoli di Stato.

Non c’era alcun motivo razionale che inducesse a temere la perdita del capitale: la Spagna e l’Irlanda fino a pochi anni prima venivano citate come esempi da seguire e il loro rapporto debito/Pil era molto basso. L’Italia aveva fatto “i compiti a casa” e se il rapporto era peggiorato, ciò era dovuto solo alla crisi globale che aveva fatto ridurre il Pil, non certo a politiche di spesa allegre dei nostri governi, come  si è voluto far credere in seguito.

L’unico caso veramente penoso era la Grecia, della quale erano stati colpevolmente tollerati i costanti sforamenti del vincolo sul deficit, ma le cui relativamente piccole dimensioni del debito avrebbero consentito un facile salvataggio, cui sarebbe stato saggio far seguire l’uscita dall’euro, Invece ci si è intestarditi a fornirle la liquidità appena necessaria a rimborsare pagare le rate ai creditori  in cambio di misure di austerità “lacrime e sangue”.

Misure, come i dimezzamenti di stipendi e pensioni, che hanno fatto crollare il Pil alla maniera un cane che si morde la coda e hanno reso necessario nel 2012 tagliare una parte del debito ed imporre agli altri Stati dell’Unione di contribuire ad un fondo “salvastati” che si è praticamente fatto carico di una parte delle perdite che avrebbero dovuto invece affrontare banche francesi e tedesche, che avevano incautamente prestato ai greci.

L’Italia non aveva combinato nulla del genere, tant’è vero che venne esclusa dai piani di salvataggio che interessarono gli altri Piigs ed anzi venne chiamata a contribuire ai fondi salvastati. Eppure nel 2011/2012 finì nel mirino della speculazione finanziaria, cioè tutti cominciarono a disfarsi dei suoi titoli di Stato. Perché? Semplice, per le dimensioni del suo debito pubblico. L’Europa, dopo l’esperienza greca, si era fissata di imporre il rientro nei parametri.

Quegli stessi parametri di cui si era fregata nel ’97, quando ci aveva lasciati entrare nell’euro: il rapporto debito/pil doveva essere al 60%, il nostro era al 120% ma non faceva nulla…eravamo bravi ragazzi volenterosi e facevamo il possibile per ridurlo. In effetti era quello che stavamo facendo quando la crisi Usa ci aveva rotto le uova nel paniere. E l’Europa invece di allentarci un po’ le briglie in tempo di crisi che faceva? Le stringeva.

Nel 2012 veniva approvato infatti il Fiscal Compact, che imporrebbe (ma sembra impossibile attuarlo) il rientro nei parametri in 20 anni. Ovviamente per farlo ci avevano preparato una bella lista di cosucce da fare, tipo alzare l’età pensionabile, precarizzare ulteriormente il lavoro e tassare le prime case, cose che Berlusconi non volle fare e per questo venne rimpiazzato con Mario Monti, che le ha fatte e il rapporto debito/Pil è volato oltre il 130%…

In cambio però abbiamo avuto la tregua dello spread e il rapporto debito/Pil non ha rappresentato più alcun problema, perché finché hai la certezza che non ti chiedono il rimborso da un giorno a un altro non è un problema. Il problema vero invece è che non cresce il Pil, perché la crescita è nuovo reddito e, si presume, nuova occupazione e il Pil non cresce proprio per le politiche che abbiamo subito in cambio della tregua dello spread.

Intanto le banche, nazionali e straniere, si sono ingrassate cogli interessi alti che abbiamo dovuto pagare sui titoli di Stato in quegli anni. Il credito non viene più concesso perché le misure “di risanamento” hanno accoppato le famiglie che non spendono e le aziende che non investono, anzi spesso vanno in sofferenza a pagare le rate e le banche si fanno salvare dal governo prima coi soldi dei contribuenti, poi con quelli dei risparmiatori.

Alla fine di questa storiella io vi chiedo: abbiamo quindi vissuto al di sopra delle nostre possibilità? Io direi di sì, quando potevamo comprare l’auto accessoriata grazie al cambio fisso o quando schizzavano i prezzi delle case grazie alla moneta unica e accumulavamo debito (privato) con l’estero e intanto perdevamo posti di lavoro e pezzi della nostra produzione nazionale. Ma l’abbiamo duramente scontata negli ultimi dieci anni.

Secondo quelli che ce lo rinfacciano, invece lo avremmo fatto nei “favolosi” anni ’80 quando esplose il debito pubblico, di cui staremmo ancora pagando le conseguenze. Peccato che quel debito fosse all’epoca detenuto quasi esclusivamente da cittadini italiani, quindi gli interessi non andavano fuori, che anzi gli interessi sarebbero stati pari a zero se nel 1981 non avessimo fatto la furbata di metterci in mano al mercato.

E soprattutto per quel debito stiamo pagando da venticinque anni più tasse di quanto lo Stato rimetta in circolo spendendo. La ricetta non ha funzionato? Allora la colpa non è solo di chi ha fatto quel debito prima del 1992, ma di chi spegne gli incendi con la benzina, cioè chi ha governato dopo il 1992 e ha ripetuto la bella cazzata di chi nell’81 scelse la via di COSTRINGERSI a spendere meglio, scegliendo di entrare in quella camicia di forza chiamata euro.

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Ago 12, 2017 - Senza categoria    No Comments

Tarquinia nostra come poteva essere

Ci hanno sempre detto che Tarquinia andava bene così

Guai a cambiarla, che sicuramente solo in peggio poteva

Era il “posto più bello del mondo”, no?

Conservazione, questa la parola d’ordine, conservare il patrimonio dei nostri avi!

Guai a toccarla San Giorgio, che sei matto a lottizzarla e urbanizzarla civilmente?

Meglio la bidonville e l’abusivismo

Guai a toccarla la Roccaccia, che sei matto a farci i percorsi turistici?

Sia regno incontrastato dei cacciatori e pallettoni a chi ce mette il naso

Guai a toccarla la Civita, che sei matto a renderla accessibile ai visitatori?

Sia regno incontrastato di pecorari e fungaroli, morsi di cane a chi s’avventura

Guai a toccarlo l’Ancarano, che sei matto a farci arrivare i “forestieri”?

Quella è roba per i nostri jeepponi e le nostre moto da cross

E guai a toccarla la Turchina, giù le mani dalla Farnesiana, salviamo la valle del Mignone…

Nessun tocchi il pomodorificio, via le zampe dalle Saline…

Siamo così gelosi del nostro territorio che non lo sfruttiamo neanche noi

Intanto il mattatoio va lentamente in rovina, Villa Falgari è ridotta a un indegno serparo

La polveriera disperde amianto sul “parco archeologico” (andate a vedere a Vulci come si fa…)

Il pastificio è stato fatiscente per 50 anni, poi ci hanno fatto le ennesime case

La cartiera è ridotta a ricovero dei mezzi della nettezza urbana

Il borgo delle Saline è inutilizzato e parte inaccessibile, la ex-base Cale casca in testa a chi s’avventura

L’aeroporto è abbandonato a se stesso, come la ex-Montecatini

Alte erbacce infestano il piazzale del conservificio passato in carico alla Protezione Civile

Io la immagino come avrebbe potuto essere Tarquinia e probabilmente mai sarà

Un bel parcheggio innanzitutto accogliente per chi arriva, come funziona in Umbria, presente?

Con le navette continue che ti portano su, se non vogliamo pensare ascensori o scale mobili

Dove? Che ne so, Valverde sarebbe una bella soluzione, forse la più naturale

Arrivando dalla Vecchia Aurelia dalla parte di Montalto, sulla sinistra c’è un bel po’ di spazio

Prima dell’Hotel Aurelia. Tanta terra inedificata, che arriva fin sotto la Barriera

Certo ci saranno i proprietari da parlarci, da pagarli, da mettercisi d’accordo

Ci sono i vincoli…il “Parco Archeologico”…bene, io ti ci faccio il parcheggio per il “Parco Archeologico”!

Ci si parla con la Sovrintendenza, ci si mette attorno a un tavolo: altrove lo fanno

Altro posto potrebbe essere il lotto sulla curva del “Serpentone” (via delle Rose, per i non residenti)

Sennò sotto l’Alberata, proprio a metà fra la vecchia Tarkna etrusca e la Corneto medievale

Poi la piazza dove si entra, dove c’è il Museo, deve essere viva: non ci possono essere attività chiuse

Se un privato non riesce ad affittare un immobile, il pubblico ci crei accoglienza a chi arriva

Sfrutti i locali per mettere in mostra quello che offre il territorio, insieme alle aziende presenti

Il Teatro deve essere finito e, una volta finito, deve essere attivo possibilmente sempre

Le facciate vanno rifatte, i palazzi devono essere decorosi: usi incentivi e sanzioni il Comune

Le attività commerciali siano aperte quando arrivino i turisti: meglio chiudere il lunedì che la domenica

Anche coi commercianti mettiamoci attorno a un tavolo e stabiliamo un programma insieme

E poi dai pullman i visitatori facciamoli scendere in cima al paese, non in fondo

In maniera tale che sia la stessa forza di gravità a indurli a visitarlo tutto, affrontando discese, non salite

Teniamo aperti i nostri gioielli, rendiamo fruibili chiese, torri, palazzi storici, tutti i giorni

Il Torrione della Contessa sette giorni su sette, mattina e pomeriggio, non tre ore tre volte la settimana

A farti la pubblicità ci pensano loro adesso, tu non devi spendere più un euro

Si fanno il selfone e si registrano presso Tarquinia: voilà, migliaia di visualizzazioni “a gratise”!

Il campo del Duomo che sta a fa lì in quel modo? facciamoci un parco, se non ci gioca più nessuno

La vecchia strada dei mulini perché non ripristinarla? creiamo un giro a piedi dalla cartiera all’oleificio

Per un percorso non serve solo la strada, serve manutenzione, cartellonistica, magari un punto ristoro

E per raggiungere la Civita dall’Oleificio? perché non mettere indicazioni per i turisti?

Certo è chiaro che poi non li puoi far mangiare dai pastori maremmani, ci vogliono regole dopo

Alla Civita non c’è niente: arrivi, manco una bottiglietta d’acqua. Sempre i “vincoli archeologici”?

Rendiamo questi luoghi accoglienti per chi arriva: diamogli un angolo dove sedersi all’ombra

Si siedono, contemplano la bellezza del panorama, fanno due foto, si ricordano, ci rivengono…

Rendiamo sicuro il percorso dall’Ara della Regina a Santa Restituta e da qui al rientro in città

La stessa strada delle Arcatelle perché non farla diventare fruibile a piedi o in bici ai visitatori?

Chi viene a vedere le tombe e l’acropoli non gli piacerebbe farsi una bella passeggiata nella natura?

Anziché riprendere il pullman potrebbero spostarsi da un sito all’altro a piedi, immersi nel verde

Magari accompagnati da guide locali, magari acquistando generi di conforto o souvenir…

Ma noi manco il parcheggio davanti la Necropoli gli facciamo…ci sono i “vincoli”!!! Altrove no, da noi sì!!!

Lungo il torrente Mignone ci siete mai andati a camminare? A monte dell’autostrada

Passando da Montericcio o dalla Farnesiana: andate a vedere quello che è. Un paradiso

Per chi gli piace il silenzio e la tranquillità della natura è uno splendore, ma ci vuole coraggio a andarci

Non c’è un’anima e il percorso si snoda fra una natura sempre più incontaminata

Ma se venisse reso fruibile per andarci a farsi passeggiate a cavallo o in mountain bike?

Se fossero aziende locali che gestissero il noleggio dei mezzi e la guida alle comitive?

Quanta gente ci potrebbe venire da Roma a rilassarsi a un’ora di auto da casa?

“Ci devono pensare i privati”…e se non ci pensano pensaci tu! Crea un soggetto che gestisca tutto questo

Intanto rimetti apposto le strade per agevolare il raggiungimento di questi siti

Poi chiami un po’ di giovani iscritti al collocamento e gli dici che costituissero una cooperativa

Gli dai una concessione per un punto ristoro e per il servizio ai visitatori e lo pubblicizzi su tarquinia.net

Fai i depliant, li metti negli alberghi, nei b&b e all’infopoint e lo stesso puoi fare con tutte le vie rurali

Il trekking e i suoi derivati vanno di moda adesso, noi coi nostri 27.000 ettari non sappiamo che farci?

Il Lido è un capitolo dolente perché è stato concepito male urbanisticamente con le case al Lungomare

Quello che ci sarebbe da fare adesso è una bella “riforestazione”, sia per l’ombra sia per l’estetica

I pini ci vogliono, non le stente palmette che reggono l’anima coi denti, un bel lungomare di pini

E sti cazzi se le radici rovinano le strade. A Puntala come fanno? Ogni tanto se rifa l’asfalto

Il pino è una pianta di casa nostra che concede frescura in estate e purifica pure l’aria

Chi odia i pini è un autolesionista, chi mette i platani davanti al mare capisce poco di piante

Poi ci vorrebbe da rifare la rete fognaria senza se e senza ma, non che buttiamo i soldi in opere inutili

Mesi fa davanti il mio ufficio ho visto togliere asfalto in ottimo stato per metterne di nuovo?

Perché? A che fine rifare una strada in perfette condizioni? Per non mandar persi i soldi stanziati!!!

Cioè con una rete viaria a colabrodo, noi sfondiamo e rifacciamo le strade buone tanto per spendere

Cambiamo i lampioni ogni tre anni, sempre perché senno vanno persi i soldi già stanziati in bilancio

Però non troviamo i soldi per rifare la rete fognaria del Lido: alla sera ci godiamo la puzza di merda

Ovviamente ti senti dare le più svariate spiegazioni tecniche sul perché il problema sarebbe irrisolvibile

Dalle pendenze che in riva al mare non si riuscirebbe a realizzarle alla siccità che priva di acque bianche

Tutti problemi che esistono solo a Tarquinia Lido e nelle altre località di mare no, evidentemente

E poi non bisognerebbe assolutamente destinare le aree non edificate sul Lungomare ad abitazioni

Quando finalmente i vincoli (qui “idrogeologici”!!!) saranno rimossi, non ripetere questo errore

Al Lungomare attività turistico-ricettive o d’intrattenimento: ci mancano discoteche, non dormitori

Nel frattempo il Comune potrebbe prendersi le aree inutilizzate per spettacoli, musica, cultura…

E poi un cacchio di scivolo per chi volesse mettere la barca in mare all’ora che gli pare…

 

Una Tarquinia fruibile insomma per chi viene e gli va di ballare, di pescare, di andarsene a spasso

Non una Tarquinia solo per chi vuole mettersi sotto l’ombrellone e farsi un bagnetto sotto costa

Una Tarquinia che la gente non la accolga solo a Ferragosto e per la Fiera

Una Tarquinia che tiri fuori una manifestazione che renda vivo il territorio almeno una volta al mese

Magari se fosse così, la mattina vedremmo qualche decina di macchine in meno alla stazione…

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Ago 12, 2017 - Senza categoria    No Comments

Dalla parte dei dimenticati della Storia

Dalla parte del contadino serbo o macedone che ha avuto il granturco schiacciato o il frutteto saccheggiato dai migranti in marcia verso la Germania e che nessuno mai indennizzerà e la Storia ricorderà solo come “xenofobo” che voleva costruir muri

Dalla parte del ferrotramviere greco pensionato a 1200 euro e dimezzato a 600 perché “il Governo ha truccato i conti”, che non avrà i soldi per le cure mediche e verrà ricordato solo come “parassita dello Stato assistenzialista”

Dalla parte del carabiniere investito al posto di blocco o dell’artificiere mutilato dalla bomba anarchica, che magari perderà il posto perché ormai inabile al servizio e camperà con una mesata insufficiente, ma sarà ricordato solo come un “servo del potere”

Dalla parte dell’artigiano, del commerciante o del libero professionista, che vedrà scomparire il suo mestiere, perché l’evoluzione tecnologica e la globalizzazione vanno avanti, ma non ne troverà un altro perché a lui l’accesso sarà precluso

Dalla parte della donna violentata dopo le tante inutili denunce da chi l’aveva molestata più volte e, se bontà sua non l’accopperà, se lo vedrà rispuntare per le strade dopo pochi anni, e potrà consolarsi con vuote chiacchiere contro i “femminicidi”

Dalla parte dell’invalido o della vedova che campano con 250 euro al mese perché avevano pochi anni di contributi versati e non potranno neppure protestare contro vitalizi e pensioni d’oro, perché gli diranno “qualunquisti, populisti, grullini!”

Dalla parte degli anziani picchiati o uccisi in casa per pochi spiccioli o gioielli, che non potranno nemmeno lamentarsi se scampati, perché gli diranno “fascisti, leghisti, soffiate sull’intolleranza, volete il Far West”

Dalla parte del malato in lista d’attesa fuori regione, che dovrà aspettare troppo perché non ha santi in paradiso per superare la fila, ma la malattia non attenderà e la statistica lo ricorderà solo come uno di quelli che abbassano la media dell’aspettativa di vita

Dalla parte dell’operaio che vedrà trasferire la produzione all’estero e si sentirà dire che la colpa è sua, abituato troppo bene e non disposto ad adattarsi, ed invano girerà alla ricerca di un nuovo posto di lavoro per adattarsi

Dalla parte dell’imprenditore che si vedrà togliere il fido proprio nel momento in cui gli servirà di più, perché il fatturato si è ridotto, e finirà a ingrossare il numero delle “sofferenze bancarie”

Dalla parte del taglieggiato, della vittima di furti seriali, ignorato perché la criminalità e la mafia fanno notizia solo quando ammazzano

Dalla parte del povero cristo anonimo che verrà accoppato al supermercato dal “simpatizzante del terrorismo, radicalizzatosi in rete”, che verrà ricordato dalla Storia come danno collaterale e trascurabile dell’inevitabile integrazione

Sempre dalla parte di chi non gode delle attenzioni delle Ong, di chi non rientra fra coloro che “non si possono non aiutare”, verso i quali “non si può restare indifferenti” o “non si possono lasciar fallire”

 

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Mag 20, 2017 - Senza categoria    No Comments

Sulle “gloriose battaglie” dei radicali

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Un anno fa se ne è andato Marco Pannella fra gli alti pianti e le solenni celebrazioni di vecchi e nuovi arnesi della politica e del giornalismo, accompagnati da centinaia di migliaia di solerti seguaci della commozione di massa. “Se ne è andato un leone della democrazia” ebbe a dire il giovane allora presidente del consiglio.

Qui non si giudicano i singoli, che spetta al Padreterno (per chi crede), ma si valutano i periodi storici, le politiche, i movimenti di opinione…quindi visto che la celebrazione di Pannella è celebrazione delle “gloriose battaglie per i diritti civili del Partito radicale”, con cui ci hanno allevato fin da bambini, andiamo ad analizzarle.

Diritto al divorzio. Sta bene, al di fuori della sensibilità religiosa individuale, non si può imporre a qualcuno di non poter recedere da un “contratto” che ha sottoscritto, pagando ovviamente una “penale” laddove sia sua la “colpa” di tale recesso. Fa niente che non sia un semplice contratto di locazione piuttosto che di lavoro, ma un contratto con cui ci si garantisce reciproca assistenza morale e materiale e che magari viene rescisso per iniziativa di una delle due parti proprio magari quando l’altra necessita di più di tale assistenza e che il solo prevedere che tale rescindibilità esista possa declassare anche incosciamente nella mente umana tale “contratto” a “tempo determinato” e possa finire per generare quell’esigenza che vorrebbe tutelare. Fa niente, non si può condannare chi si sposa a una sorta di ergastolo. Fa niente pure il fatto che spesso e volentieri coinvolga una “parte terza” che nulla ha avuto a che fare con l’accensione di tale rapporto, in quanto non ancora esistente al mondo ed anzi venuto ad esistere proprio come conseguenza di tale “contratto”? Fa niente che, nonostante tutto il diritto che possa regolamentare gli aspetti economici ed esistenziali delle conseguenze su questa “parte terza”, quest’ultima ne riporterà sempre e comunque conseguenze psicologiche che per quanto negate e sopite sempre ci saranno, se non altro a livello di infondergli appunto ancor più nella mente l’idea di precarietà dei rapporti umani che sempre più si rafforza e si diffonde di generazione in generazione fino a rendere normali nuclei familiari sempre più sfilacciati e ricomposti fino ad una drastica riduzione delle nascite? Fa niente, l’importante è che l’individuo sia signore e padrone, che la sua volubilità prevalga su ogni obbligo.

Diritto all’aborto. Corollario al precedente è la considerazione della paternità/maternità come incidente di percorso da affrontare come meglio crede il singolo che potrà deciderne come si trattasse di scegliere se uscire di casa oppure no, senza alcuna responsabilità nei riguardi di chi non ha ancora modo di far valere le proprie ragioni, nella miglior logica del “occhio non vede, cuore non duole”. Il tutto ammantato di presunta “liberazione della donna”, che azzera sempre la soglia della razionalità accendendo un senso di colpa nel sesso maschile e di riscossa in quello femminile, e di una altrettanto presunta “scientificità” nel negare la soggettività umana al nascituro affermata col tipico assolutismo integralista che è l’antitesi stessa della scienza. Un’altra fuga dai doveri coerente coll’ideologia delle aspettative razionali e dell’utilità marginale per la quale un figlio, laddove non puoi più impiegarlo a 7 anni nei lavori agricoli di una economia di sussistenza, è null’altro che un costo, un lusso: visione comune alla società post-industriale e al nomadismo preagricolo che praticava l’infanticidio.

Diritto a non servire la Patria in armi. Non certo per le ammantate ragioni di “non-violenza” visto quanto sopra, ma piuttosto sempre per rifiuto di tutto ciò che l’individuo preferisce non fare delegando l’esercizio della difesa a chi accetta di farlo in cambio di una retribuzione, in piena logica mercantilistica che mina alla base il concetto stesso di appartenenza ad una collettività e del contributo alla sua stessa sopravvivenza, con buona pace dei principi di partecipazione tanto sbandierati nel sistematico ricorso allo strumento referendario.

Libero consumo delle droghe. Ancora coerentemente alla libera scelta individuale di disporre della vita propria e degli altri, con lo Stato che si mette in posizione neutrale e non giudica non dico della moralità dell’agire, ma neppure della salubrità e della stessa utilità di lungo periodo, sempre all’insegna della dittatura dell’effimero e del volubile. Accompagnato da farisaiche considerazioni sull’inutilità del vietare perché ciò che non viene legalizzato prospererebbe comunque al mercato nero, che sdoganerebbero quindi qualsiasi mercimonio, purché nella consensualità delle parti (senza alcuna considerazione per la costrizione derivante da necessità piuttosto che da temporanea o permanente incapacità di scegliere).

Abolizione del carcere. Nella ingenua quanto ipocrita affermazione dell’inutilità del punire e che tutto andrebbe sempre raggiunto mediante negoziazione, possibilmente tendente all’unanimità, piuttosto che tramite coercizione. Ingenua perché contraddetta dall’esperienza di millenni di evoluzione della società umana, ipocrita per la palese impraticabilità di vie alternative, che finiscono sempre per garantire il più forte sul più debole e il più ricco sul più povero laddove tutto si riconduce a trattativa

Abolizione dei manicomi. Corollario al precedente, si basa su un altro assunto pseudoscientifico per il quale l’elemento coercitivo risulterebbe inutile e inefficace nella cura di determinate patologie, con sprezzo delle conseguenze non solo sui malati stessi ma anche e soprattutto sugli altri, ritenuti evidentemente indegni di tutela visto che il loro diritto alla vita varrebbe meno di quello alla libertà del malato.

Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Affinché la politica sia cosa per ricchi.

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